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	<title>Unilibera</title>
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		<title>VIAGGIO NELL&#8217;IMPERO ECONOMICO DELLE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 22:29:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>
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		<description><![CDATA[La due giorni di “Mafie al Nord”, svoltasi a Torino il 7 e l&#8217;8 Ottobre, ci ha spinti a studiare il fenomeno mafioso dal punto di vista economico. Nasce così l&#8217;incontro “Viaggio nell&#8217;impero economico delle organizzazioni mafiose” che si terrà presso la Facoltà di Economia (Corso Unione Sovietica 218,bis) il 5 Marzo 2012, alle 17.00. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2012/02/economia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2419" title="economia" src="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2012/02/economia-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p>La due giorni di “Mafie al Nord”, svoltasi a Torino il 7 e l&#8217;8 Ottobre, ci ha spinti a studiare il fenomeno mafioso dal punto di vista economico. Nasce così l&#8217;incontro <strong>“Viaggio nell&#8217;impero economico delle organizzazioni mafiose”</strong> che si terrà presso la <strong>Facoltà di Economia</strong> (Corso Unione Sovietica 218,bis) il <strong>5 Marzo 2012, alle 17.00</strong>.</p>
<p>Due aspetti fondamentali, emersi da “Mafie al nord”, saranno al centro del dibattito: <strong>Riciclaggio e associazionismo anti-racket</strong>. Il prof. <strong>Ranieri Razzante,</strong> presidente di AIRA (associazione italiana responsabili antiricilcaggio) ci parlerà di riciclaggio, punto di partenza per lo studio della potenza economica delle varie criminalità organizzate impegnate a ripulire denaro proveniente da attività illecite, traffico di droga su tutte. L&#8217;altro punto chiave che abbiamo scelto di trattare è la mancanza, nel nord Italia, di organizzazioni antiracket. <strong>Dario Riccobono </strong>di <strong>Addiopizzo</strong>, racconterà l&#8217;esperienza della sua associazione, che in una terra difficile come la Sicilia, sta diventando il punto di riferimento per molti negozianti e imprenditori che decidono di denunciare i propri estorsori.</p>
<p>In vista del 21 Marzo <strong>“Giornata della memoria e dell&#8217;impegno in ricordo delle vittime delle mafie” </strong>vi invitiamo a questo incontro, per conoscere meglio quali sono i punti di forza della <strong>&#8216;ndrangheta</strong> sul nostro territorio e quali sono i passi da fare per combatterla.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>GENOVA, 17 MARZO 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 20:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>
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		<description><![CDATA[Si svolgerà a Genova il prossimo 17 marzo la diciassettesima edizione della &#8220;Giornata della Memoria e  dell&#8217;Impegno in ricordo delle vittime delle mafie&#8221;, promossa dall&#8217;associazione Libera. La Giornata della Memoria e dell&#8217;Impegno ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie. Oltre 900 nomi  di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell&#8217;  ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2012/02/banner2012xsito.jpg"><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-2409" title="banner2012xsito" src="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2012/02/banner2012xsito.jpg" alt="" width="162" height="245" /></a></strong></p>
<p>Si svolgerà a Genova il prossimo 17 marzo la diciassettesima edizione della &#8220;Giornata della Memoria e  dell&#8217;Impegno in ricordo delle vittime delle mafie&#8221;, promossa dall&#8217;associazione Libera.</p>
<p>La Giornata della Memoria e dell&#8217;Impegno ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie. Oltre 900 nomi  di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell&#8217;  ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano  delle mafie solo perchè, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere.</p>
<p><strong> Anche quest&#8217;anno UniLibera sarà presente alla &#8220;Giornata della Memoria e dell&#8217;impegno&#8221;.</strong></p>
<p><strong></strong><strong> Invitiamo tutti gli STUDENTI UNIVERSITARI a venire con noi a Genova. Accettiamo le adesioni fino al  15/02: basta scrivere al nostro indirizzo mail ( unilibera@gmail.com ) indicando Nome,  Cognome, Data di nascita, indirizzo e-mail e numero di telefono. Il costo del viaggio in  autobus è di 5 euro**!</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>** Prezzo agevolato per gli studenti universitari che verrano con Unilibera, grazie al finanziamento del 50% del biglietto. L&#8217;iniziativa fa parte del nostro progetto &#8220;<em>Operazione Minotauro: riavvolgiamo il filo di Arianna&#8221; </em> finanziato dall&#8217;Università degli Studi di Torino.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>TRA LA VIA EMILIA E LA ‘NDRANGHETA</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 19:27:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Modena, 28.01.2012 &#124; di Luca Salici Giovanni Tizian, giornalista precario di 29 anni, da un mese è sotto scorta. Accade a Modena, in Emilia Romagna, dopo la pubblicazione di un libro-inchiesta sulle mafie al Nord. Sopra la linea Gotica, Giovanni, aveva ricominciato la sua vita dopo l’omicidio del padre Peppe, vittima innocente della criminalità organizzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Modena, 28.01.2012 | di Luca Salici</p>
<p><strong>Giovanni Tizian</strong>, giornalista precario di 29 anni, da un mese è <strong>sotto scorta</strong>. Accade a Modena, in Emilia Romagna, dopo la pubblicazione di un libro-inchiesta sulle mafie al Nord. Sopra la linea Gotica, Giovanni, aveva ricominciato la sua vita dopo l’omicidio del padre Peppe, vittima innocente della criminalità organizzata a Locri nel 1989. La strada per Pietra Cappa, nel cuore dell’Aspromonte, è lunga e tutta in salita. Si passa in auto da Locri per arrivare a Bovalino, dalla statale 106, poi si gira verso San Luca, paese di faide e di odi mai sopiti. Si cammina per una via stretta. Ad indicarti il percorso solo cartelli bucati dai pallettoni delle lupare. Bisogna suonare il clacson davanti ad una mandria di pecore e ad un pastore che ti guarda negli occhi e ti domanda chi sei, con il solo gesto di asciugarsi la fronte con la mano. Dopo alcuni tornanti bisogna lasciare la macchina e proseguire a piedi per tre ore. Non perdendo di vista la punta della montagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-2404"></span></p>
<p>È l’estate del 2008. Ogni anno, in questo periodo, ci si ritrova su questi sentieri verso Pietra Cappa, per ricordare le vittime della ‘ndrangheta. In prima fila Deborah, che in cima alla montagna racconta la storia del padre Lollò, calciatore e fotografo. Il corpo di Lollò Cartisano lo ritrovarono proprio lì, in cima a quel monte che amava tanto fotografare. Lui fu l’ultimo sequestrato dalla ‘ndrangheta negli anni Novanta. I suoi familiari pagarono un riscatto che non servì mai a nulla, e per dieci anni rimasero senza un corpo da piangere. Deborah racconta questa storia, guarda in basso, poi negli occhi di chi la ascolta a cuore aperto. Si alza uno dei ragazzi che ha sentito con attenzione: “Io mi chiamo Giovanni Tizian. E sono il figlio di Peppe, impiegato di banca, ucciso il 23 ottobre 1989”. Peppe Tizian fu ucciso a colpi di lupara mentre percorreva la statale 106. Uno dei tanti omicidi di ‘ndrangheta che non ha avuto mai giustizia. Giovanni all’epoca era appena un bambino: “Cinque anni dopo l’omicidio ci siamo trasferiti per cercare di ricostruire la serenità e la tranquillità che non avevamo avuto in Calabria. Con la morte di mio padre abbiamo sentito addosso tutta la voglia che quella terra aveva di mandarci via. Abbiamo provato in un colpo solo tutta la solitudine del mondo. Mia madre ci portò via, a Modena, città accogliente che mio nonno conosceva bene”. Una città in cui ricominciare daccapo una nuova vita. Senza dimenticare dove si è nati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il giornalismo come impegno</strong></em></p>
<p>Giovanni Tizian non aveva mai parlato pubblicamente dell’omicidio del padre. Per anni aveva tenuto tutto dentro di sé. Quel racconto spontaneo a Pietra Cappa rappresentò anche l’inizio di un percorso: tornato dopo le vacanze in Emilia, Giovanni comincia a mettere l’impegno antimafia davanti a tutto. Collabora e fa parte attivamente delle attività dell’associazione antimafia daSud e inizia a scrivere e a raccontare quello che accade in città, nella civilissima Modena. «Cominciando a scrivere – ricorda Giovanni – ho riaperto i conti con la mia vita. Il giornalismo mi ha tirato fuori il dolore». Inizia a collaborare con la Gazzetta di Modena, con Narcomafie e con altre testate attente ai suoi lavori di inchiesta. Più si guarda attorno e più riconosce le dinamiche da cui è già passato: il giro torbido di denaro, gli affari dei clan, i traffici che stavolta passano tra la via Emilia e la ‘ndrangheta.</p>
<p>«Modena e l’Emilia Romagna rappresentano per le mafie un luogo strategico per i loro interessi – scrive Giovanni sul libro-inchiesta Gotica – Potevo forse illudermi che sarebbe bastato cambiare regione per non sentire più parlare di boss, mafia e picciotti? Ingenuamente l’avevo sperato».</p>
<p>L’Emilia è una delle regioni più ricche d’Europa. Registra tassi di occupazione molto alti, che superano il 70% e che arrivano all’80% proprio a Modena e Reggio. Un patrimonio che fa gola ai clan che hanno il monopolio di molti settori produttivi, come conferma il procuratore di Modena Vito Zincani: “Il crimine organizzato è diventato più competitivo sul piano del prezzo, riuscendo a penetrare il sistema economico locale, in settori come il movimento terra, l’edilizia e la logistica. I contesti emiliani si sono dimostrati i più vulnerabili”. Le infiltrazioni delle cosche passano per l’edilizia, le sale da gioco, le discoteche e i locali notturni. E tutto l’indotto che le riguarda: immobiliarie, slot machine, sicurezza, cantieri, catering e forniture varie. “Sopra la linea gotica – racconta Tizian – una larga fetta della società confonde i mafiosi con gli imprenditori e pensa di poter fare affari con loro. Accettano delle buone proposte commerciali non rendendosi conto che dietro la giacca e la cravatta ci sono dei sanguinari”. A Modena il clan più presente è quello dei casalesi. Tra Parma e Reggio Emilia, comanda la cosca ‘ndranghetista Grande Aracri. “Da quando lavoro in Emilia – racconta Giovanni – ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano qui come se fossero a casa loro. Nell’ultimo anno le indagini sono state numerose: arresti, sequestri, processi. Le cosche corrono rapide di cantiere in cantiere e consolidano il loro potere. Raccontare i loro affari e seguire il percorso del denaro mafioso significa buttar giù la barriera di legalità creata grazie alla connivenza dei “colletti bianchi”. Dinamiche che rendono i boss invisibili e socialmente accettati”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Un presente precario</strong></em></p>
<p>Per questo lavoro documentato e coraggioso, Giovanni Tizian, da giornalista freelance di 29 anni, si trova sotto scorta dal 22 dicembre. “Vivo una situazione di doppia precarietà: sia fisica che economica – afferma –. Anche se sono stato minacciato, ogni giorno devo comunque scrivere il mio pezzo. Sennò non vengo pagato”. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha aperto un’inchiesta sulle minacce che hanno portato la prefettura di Modena a dare la scorta a Giovanni. Indagini che rimangono segretissime. Anzi aver reso pubblica la notizia, a detta del capo procuratore Roberto Alfonso, ha creato seri danni all’inchiesta della Dda. «Siamo in una fase talmente delicata che nemmeno Tizian può sapere cos’è accaduto realmente – spiega Alfonso –. Si tratta di una situazione che va salvaguardata e che richiede di agire con tempestività e prudenza. Il giornalista in questi anni ha scritto tante cose, libri e articoli. Qualcuno si è risentito per qualcosa che ha trattato e che lo riguardava».</p>
<p>Nonostante le minacce, Giovanni va avanti e non si stanca di ripeterlo nelle decine di interviste rilasciate. Spera che tutto questo possa in qualche maniera smuovere le assopite coscienze che non vedono o che fanno finta di non vedere le attività dei clan al Nord Italia. «Cerco di trovare il modo di continuare a fare questo mestiere – dice – e sono sicuro che lo troverò. Un giornalista, da solo, non può cambiare il mondo, ma credo profondamente nell’utilità sociale di questo mestiere».</p>
<p>On line il nuovo numero de &#8220;I Siciliani giovani&#8221; . Dentro, storie e inchieste dalla Sicilia all&#8217;Egitto, passando per i cronisti minacciati, non solo dalle mafie. Lo puoi trovare all&#8217;indirizzo <a href="www.isiciliani.it">www.isiciliani.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>TRATTO DA LIBERA INFORMAZIONE - <a href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=16588">http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=16588</a></p>
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		<title>Presadiretta &#8211; Mafia al nord</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 20:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Rai Tre Presadiretta &#8211; 15 gennaio 2012 MAFIALNORD]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-544f5106-d6b3-4fac-9549-a50cc995077e.html">Rai Tre Presadiretta &#8211; 15 gennaio 2012<br />
<img title="presadiretta" src="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2012/01/1263388979901pd-head.jpg" alt="" width="405" height="75" /><br />
MAFIALNORD</a></p>
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		<title>“L&#8217;ITALIA SONO ANCH&#8217;IO&#8221;: UNA BATTAGLIA DI CIVILTA&#8217;.</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 01:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunedì, a Palazzo Nuovo, Lamine Sow (CGIL Torino) e Diego Montemagno (Acmos) hanno presentato la campagna “L&#8217;Italia sono anch&#8217;io”, raccolta firme per una doppia proposta di legge: la prima riguarda un tema che pochi giorni fa ha fatto discutere vari politici, primo fra tutti il presidente Napolitano che ha dichiarato: “è assurdo non dare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2011/12/logo-litalia-sono-anchio11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2394" title="logo-litalia-sono-anchio1" src="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2011/12/logo-litalia-sono-anchio11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Lunedì, a Palazzo Nuovo, Lamine Sow (CGIL Torino) e Diego Montemagno (Acmos) hanno presentato la campagna “L&#8217;Italia sono anch&#8217;io”, raccolta firme per una doppia proposta di legge:</p>
<p>la prima riguarda un tema che pochi giorni fa ha fatto discutere vari politici, primo fra tutti il presidente Napolitano che ha dichiarato: “è assurdo non dare la cittadinanza ai figli degli immigrati che nascono in Italia”. E&#8217; un obbiettivo della campagna far discutere su questo tema, far capire che esiste il diritto di suolo e che chi nasce in Italia e vive in Italia non può che essere italiano: la sua persona si formerà nel nostro Paese e non potrà mai sentirsi cittadino di un Paese, quello dei genitori, che non ha mai conosciuto. L&#8217;intervento di Napolitano è quindi un primo segno positivo per la campagna.</p>
<p>La seconda proposta di legge riguarda il diritto di voto degli immigrati che hanno da cinque anni un regolare contratto di lavoro. Il motivo è semplice: lavora, paga la tasse,dunque fa parte del sistema Italia e proprio per questo ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione attraverso il voto. Spesso gli immigrati vengono utilizzati come strumento di propaganda elettorale, vengono sbandierate battaglie per i loro diritti e poi mai nessun fatto concreto. Il diritto di voto per le elezioni amministrative e regionali, consente di dar il giusto peso ad una fascia della popolazione che da troppo tempo viene trascurata.</p>
<p>Due proposte che Lamine Sow ha definito una “battaglia di civiltà” perché queste due leggi sono in accordo con le direttive europee già adottate da molti stati membri. E&#8217; una battaglia che serve a far valere i diritti degli immigrati ma che ci permette anche di descrivere il nostro Paese per quello che è: non siamo più un Paese di emigrazione, ma di immigrazione. Un Paese che grazie a queste nuove forze può tornare a crescere, così come la Germania è diventata una grande potenza grazie agli immigrati.</p>
<p>Il comitato per “l&#8217;Italia sono anch&#8217;io” invita tutti sabato 17 Dicembre in piazza Carignano per presentare le proposte e per approfondire il tema.</p>
<p>Per maggiori informazioni <a href="http://www.litaliasonoanchio.it/">http://www.litaliasonoanchio.it</a></p>
<p>Noi di UniLibera saremo a Palazzo Nuovo per la raccolta firme. Nei prossimi giorni vi comunicheremo i giorni in cui potrete firmare!</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">UniLibera</span></p>
<p>Presidio “R. Antiochia”</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>INCONTRO-CONFERENZA “L&#8217;ITALIA SONO ANCH&#8217;IO&#8221;</title>
		<link>http://unilibera.liberapiemonte.it/2011/12/02/incontro-conferenza-%e2%80%9clitalia-sono-anchio/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 18:41:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunedì 5 Dicembre 2011 Ore 18 Aula 7 Palazzo Nuovo (Via Sant’Ottavio 20, Torino) Interverrano: Lamine Sow – CGIL Torino Diego Montemagno – Responsabile comunit Casa Acmos In occasione della campagna di raccolta firme per i diritti alla cittadinanza e per il diritto di voto per le persone di origine straniera “L’italia sono anch’io”, UniLibera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2011/12/logo-litalia-sono-anchio1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2389" title="logo l'italia sono anch'io" src="http://unilibera.liberapiemonte.it/files/2011/12/logo-litalia-sono-anchio1.jpg" alt="" width="240" height="252" /></a><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>Lunedì 5 Dicembre 2011</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>Ore 18</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>Aula 7</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>Palazzo Nuovo (Via Sant’Ottavio 20, Torino)</em></p>
<p>Interverrano:</p>
<ul>
<li>Lamine Sow – CGIL Torino</li>
<li>Diego Montemagno – Responsabile comunit Casa Acmos</li>
</ul>
<p>In occasione della campagna di raccolta firme per i diritti alla cittadinanza e per il diritto di voto per le persone di origine straniera “<em>L’italia sono anch’io”</em>, <em>UniLibera</em> organizza un incontro-conferenza per presentarla agli studenti universitari.</p>
<p>Si può nascere in Italia ma non e­ssere considerati italiani. Questo succede a chi ha genitori di origine straniera, è nato e cresciuto qui, ma solo compiuti i 18 anni può chiedere la cittadinanza. Se fo­sse nato in America, sarebbe americano.</p>
<p>L’Italia è un paese che accoglie i bambini stranieri grazie ai ricongiungimenti famigliari, e poi li esclude. Vanno a scuola, hanno amici, si sentono italiani. Ma alla maggiore età sono  costretti a un lungo percorso burocratico se vogliono ottenere la cittadinanza.</p>
<p>L’Italia dà lavoro agli stranieri e per lavoro ne consente la regolarizzazione. Anche il lavoratore straniero paga le ta­sse ma non può scegliere chi deve amministrare la città in cui vive. La Convenzione sulla partecipazione di Strasburgo prevede che poss­a votare.</p>
<p>L’articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce il principio dell­’uguaglianza tra le persone, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che ne impediscano il pieno raggiungimento. Nei confronti di milioni di persone di origine straniera questo principio è disatteso.</p>
<p>Le leggi in vigore che riguardano le persone di origine straniera producono ingiustizia sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>IL DELITTO ROSTAGNO: LA MAFIA TRAPANESE E UN PROCESSO SOTTOVALUTATO</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 17:44:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li</strong> <strong>combatte.</strong> E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.</p>
<p><strong>I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro,</strong> esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.</p>
<p><strong>Conosciamo i volti dell’antimafia</strong> che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!</p>
<p><strong>Vorremmo conoscere pure i volti di chi</strong>, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.</p>
<p><strong>E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose.</strong> Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.</p>
<p><strong>Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa</strong>, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.</p>
<p><strong>Guardate è una cosa straordinaria</strong>, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.</p>
<p>Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.</p>
<p><strong>Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi</strong>. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.</p>
<p><strong>Ma il sistema Trapani si fa avanti</strong>. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.</p>
<p>Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.</p>
<p><strong>Trapani non è cambiata</strong>, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.</p>
<p><strong>Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare</strong>. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.</p>
<p>Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.</p>
<p><strong>Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno</strong>, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.</p>
<p><strong>Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia</strong>? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: <em><strong>«Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.</strong></em></p>
<p><em>Ma per r</em>accontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.</p>
<p>Di Rino Giacalone.</p>
<p>Fonte : http://www.malitalia.it/2011/09/il-delitto-rostagnola-mafia-trapanese-e-un-processo-sottovalutato/</p>
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		<title>CARMELO JANNI&#8217;: UNA STORIA DA RICORDARE&#8230;.</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 08:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Trentuno anni fa veniva ucciso da Cosa Nostra un semplice cittadino, Carmelo Jannì. Perchè ricordarlo ancora? Perchè a distanza di anni un esempio di così alto senso del dovere e coscienza civile potrebbe aiutarci a cambiare questa società, compito arduo, ma se nel 1980 pochi uomini credevano concretamente che il loro contributo poteva aiutare, anche se in un piccolo ambito, la causa della giustizia, soprttutto in anni in cui la parola d&#8217;ordine era &#8220;la mafia non esiste&#8221;, da parte nostra sottrarsi dal seguire quell&#8217;ideale significherebbe tenere un atteggiamento di contiguità e complicità con determinati comportamenti da respingere e condannare.</p>
<p>Di seguito il racconto su Carmelo Jannì e la sua storia fatto da sua figlia Roberta.</p>
<p><span id="more-2379"></span></p>
<p>Era agosto del 1980 ed eravamo una famiglia serena composta da papà Carmelo (46 anni), mamma Giovanna (44 anni), io (Roberta 16 anni) e le mie due sorelle: Monica (11 anni) e Liliana (18 anni). Nostro padre gestiva un albergo, in riva al mare, che si chiamava “ Riva Smeralda” a Villagrazia di Carini (Pa) a pochi km. dall&#8217;aeroporto di Palermo. Questo mestiere gli piaceva molto; lo faceva stare insieme alla gente ed il mondo del turismo lo attraeva molto. Da un anno aveva iniziato a ristrutturare l&#8217;albergo, ovviamente indebitandosi, e su tre piani è riuscito a finire appena il primo. Un giorno la polizia gli chiese aiuto. Erano sulle tracce per arrestare dei marsigliesi che vennero ad alloggiare in albergo ma non avevano ancora le prove. Nostro padre, idealista ed ottimista, disse di si. Ovviamente, a noi non disse nulla per non farci preoccupare. Così, camuffati da portiere d&#8217;albergo e camerieri, gli uomini della polizia si infiltrarono nel nostro albergo per intercettare telefonate e conversazioni importanti per le loro indagini. Dopo una ventina di giorni di soggiorno nel nostro albergo i volti dei tre clienti marsigliesi li abbiamo visti al telegiornale mentre li arrestavano: li hanno presi mentre stavano insegnando ai siciliani il metodo di raffinazione dell&#8217;eroina. Erano dei chimici professionisti francesi e stavano facendo formazione in Sicilia. I poliziotti che fecero irruzione nella villa, sede operativa della raffinazione, arrestarono i tre marsigliesi e, insieme a loro, un importante latitante Gerlando Alberti detto “ u paccarrè” . La polizia commise un grave errore: gli agenti che fecero gli arresti erano gli stessi che si infiltrarono in albergo camuffati da dipendenti. Quindi, non dovettero nemmeno perdere tempo ed energie per capire quanto papà avesse avuto un ruolo importante nell&#8217;indagine. Nel 1980 non esisteva ancora il fenomeno del pentitismo e quindi un aiuto con le forze dell&#8217;ordine di un cittadino qualunque non era neanche ipotizzabile. In quegli anni l&#8217;omertà prevaleva su tutto e su tutti. Si dice, addirittura, che la mafia non esisteva nella realtà ma soltanto nei film. Anche tra noi ragazzi, nelle scuole, si “ raccontava” della mafia come fenomeno che toccava pochi e solo quelli che commetteva atti di delinquenza. Si diceva: “ tanto di ammazzano tra di loro &#8230;.!” . Carmelo Iannì era un esempio che andava eliminato subito. Tutti dovevano sapere che questo comportamento non era da copiare. E ciò anche per evitare ripercussioni negative sul traffico di stupefacenti con l&#8217;estero. Quattro giorni dopo l&#8217;arresto, il 28 agosto 1980, in pieno giorno, due giovani a volto scoperto entrarono nella hall dell&#8217;albergo e hanno ucciso Carmelo Iannì con dei colpi di pistola. Mia sorella Monica, 11 anni, era molto vicino ed ha sentito gli spari. Persone l&#8217;hanno presa al volo e l&#8217;hanno portata lontano. Mia madre, accanto a mio padre e due turisti ospiti hanno assistito all&#8217;accaduto. Per fortuna io e Liliana non abbiamo assistito perché eravamo fuori dall&#8217;hotel. I giornali locali, l&#8217;indomani, in prima pagina, a caratteri cubitali, scrissero cose bruttissime sul conto di Carmelo Iannì. Dissero che si trattava sicuramente di un regolamento di conti su storie di droga. Soltanto dopo un po&#8217; di giorni scrissero la verità con dei piccoli articoli ma, essendo notizia già vecchia, su pagine in fondo al giornale. Trasmissioni televisive come “ Maurizio Costanzo Show” e diversi libri sull&#8217;antimafia parlarono di lui associandolo spesso all&#8217;omicidio del giudice Costa accaduto pochi giorni prima e questo costituì, per me e la mia famiglia, l&#8217;unica magra consolazione. Parlavano di lui come eroe sottolineando come lo Stato non riesca a proteggere i cittadini che cercano di rompere il muro dell&#8217;omertà. Nessun cittadino rischia la propria vita per aiutare lo Stato. La nostra famiglia era distrutta. Dovevamo pagare i debiti che nostro padre aveva contratto (aveva da poco avviato la pratica per l&#8217;acquisto dell&#8217;hotel) e non c&#8217;era tempo per addolorarsi; dovevamo darci da fare. Vendemmo metà dell&#8217;unica casa che avevamo a Palermo e grazie anche ad uno zio che ci ha dato un grande aiuto, riuscimmo a sbrigare le pratiche per cedere l&#8217;attività alberghiera. Io e le mie sorella avevamo sogni, volevamo fare l&#8217;università, avevamodei progetti ma fummo costrette, insieme a nostra madre, a trovarci subito un lavoro: io e Liliana come ragioniere sotto pagate e la mamma si mise a fare riparazioni di sartoria. Non si può trasmettere, dal punto di vista umano, cosa e come abbiamo vissuto la tragedia. Oggi, solo dopo oltre 25 anni, riesco a parlarne (mia sorella Monica non riesce ancora a parlare di mio padre) e a trasformare la mia rabbia in qualcosa di positivo: far conoscere il più possibile alle nuove generazioni cosa è riuscita e ancora riesce a fare la criminalità nella nostra terra. Il degrado della Sicilia, la sotto cultura, il suo mancato sviluppo (malgrado le potenzialità ) sono il terreno fertile per la criminalità organizzata e noi, come altri familiari che abbiamo vissuto questa tragedia, abbiamo il dovere di darne testimonianza diretta anche se per noi è un compito molto difficile. Il processo si è chiuso e il mandante è stato proprio Gerlando Alberti che diede l&#8217;ordine di uccidere papà dal carcere. Per i suoi numerosi omicidi sta scontando l&#8217;ergastolo. Gli esecutori non sono mai stati individuati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da: http://www.familiarivittimedimafia.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1110&amp;Itemid=278</p>
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		<title>Strage di Bologna, tra la gente in piazza. Un elettore Pdl: “Il governo doveva partecipare”</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 13:08:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il racconto dei partecipanti al corteo di questa mattina. Le testimonianze di chi quel giorno perse i genitori, il collega di lavoro o si salvò per miracolo. La strage alla stazione tra dolore e ricordo.</p>
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<div id="testoarticolo">Quando si prova a stringergli la mano, non senti la stretta. Lui se la lascia stringere senza convinzione. Quando provi a chiedergli: “Signor<strong>Romeo</strong>, che cosa ricorda di quella mattina?”, ti risponde brusco: “Non mi interessa parlare coi giornalisti”. Ci pensa sua moglie a giustificarlo: “Quel giorno alla stazione era fermo col suo <strong>taxi</strong>in attesa dei viaggiatori. La bomba gli uccise il collega e amico, Fausto Venturi, proprio mentre stavano parlando insieme. Ora lui di quel giorno non parla più”.</div>
<div><span id="more-2377"></span></p>
<p>Dopo <strong>31 anni</strong> sono ancora in tanti a scendere per strada a salutare le celebrazioni per il ricordo della <strong>strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980</strong>. In città, del resto, c’è chi da anni aspetta questa mattina prima di andare in vacanza. Quando il corteo parte da piazza del Nettuno, proprio davanti al monumento che ricorda i caduti della Resistenza, dai bordi di <strong>via Indipendenza</strong> partono i primi applausi rivolti ai parenti delle vittime e ai sopravvissuti, che con un fiore bianco appuntato al petto sono tutti stretti come se volessero abbracciarsi nel cammino verso la stazione.</p>
<p>In mezzo alla folla non ci sono solo parenti, ma anche tanti sopravvissuti, o forse sarebbe meglio dire <strong>feriti</strong>. <strong>Mirella</strong> viene da Modena e quel sabato del 1980 andava in vacanza con sua figlia. La bomba la scaraventò lontano ed evitò che venisse schiacciata sotto la sala d’attesa: “Lo spavento maggiore fu quello di non riuscire a trovare mia figlia. Per molti minuti pensai che fosse morta”. Poi la trovò, sana e salva.</p>
<p><strong>Francesco Durante</strong> i segni di quella strage li porta ancora addosso. Che beffa per lui, che allora era <strong>artificiere</strong> nell’esercito, finire quasi ucciso da una bomba scoppiatagli sotto il naso. “Sono sceso dal treno alle 10 e mi sono infilato in sala d’attesa, a 10 metri dalla bomba, di fronte a lei. Sai, la bomba ammazza chi sta ai lati”.</p>
<p>Il ricordo di Francesco è preciso, come quello di un militare che deve fare un rapporto. Suo nipote, sceso con lui da <strong>Pavia</strong> per questo anniversario, riascolta il racconto sentito chissà quante volte. “I sedili della sala d’attesa si rovesciarono e io rimasi intrappolato con la schiena a terra. Così sentii scorrere sulla mia schiena come un liquido caldo, il sangue dei morti e dei feriti e le urla. Gridavano <em>aiuto!</em>, chiedevano <em>perché?</em>. Pensavo di morire, ma poi ebbi la forza di farmi vedere dai primi soccorsi”.</p>
<p>Erano <strong>tanti i militari</strong> quel giorno in quella <strong>sala d’attesa</strong> piena zeppa di viaggiatori. Chi andava in licenza, chi andava a sostituire un superiore in un’altra caserma. <strong>Vincenzo d’Orta</strong> veniva da Napoli. Era sceso a Bologna anche lui per un banale cambio di treno: “Ricordo solo che quando mi misi in piedi dopo lo scoppio sentì un calore fortissimo. Ero ustionato dal bacino in su. L’altra cosa che ricordo è un furgoncino, un <strong>Ford Transit rosso</strong> che mi portò in ospedale e mi salvò”. La<strong>macchina dei soccorsi</strong> messa in moto dalla città valse a<strong> Bologna</strong> la <strong>medaglia d’oro all’onor civile</strong>.</p>
<p>Tanta la gente del sud oggi nella città emiliana. <strong>Francesca Lauro</strong> del 2 agosto 1980 è un’<strong>orfana</strong>. Oggi, a 40 anni, ha portato per la prima volta suo figlio a Bologna: “Avevo 9 anni e i miei genitori li ho visti partire e non li ho visti più tornare. Il giorno dopo le mie sorelle maggiori corsero a Bologna a cercarli, ma non li trovarono”. Si chiamavano <strong>Velia </strong>e <strong>Salvatore Lauro</strong>.</p>
<p>Appena arrivati nella piazza antistante la stazione si inizia a capire che anche quest’anno i bolognesi sono accorsi <strong>a migliaia</strong>. In mezzo alla piazza, in un’aiuola, un gruppo di ragazzini di Bologna e Marzabotto è pronto per recitare una poesia e far volare dei palloncini bianchi in aria proprio allo scoccare delle <strong>ore 10:25</strong>.</p>
<p>Tra i ragazzi c’è anche <strong>Giorgio Diritti</strong>, il regista del film pluri-premiato sull’eccidio nazista di Marzabotto, <strong><em>L’uomo che verrà</em></strong>. “Mi piacerebbe raccontare il 2 agosto in un film o in un documentario. Tante volte ci ho pensato”, spiega il regista, che quella mattina del 1980 era a Bologna, a poche centinaia di metri dalla stazione. “Ma forse, per poter raccontare una storia come questa c’è bisogno che sia chiaro il <strong>perché </strong>di questa strage, conoscere <strong>chi è stato</strong>”.</p>
<p>Già, chi è stato. Il non sapere ancora chi furono i veri mandanti di quell’attentato che uccise 85 persone e ne ferì 200, è una ferita aperta per il Paese. E proprio in questa prospettiva <strong>brucia l’assenza </strong>alla manifestazione, per il secondo anno consecutivo, di un membro del Governo. “<strong>Dovevano venire, </strong>dispiace che non l’abbiano fatto”, dice Antonio, un sopravvissuto di Benevento. Lui, simpatizzante per la maggioranza alla guida del Paese, è molto deluso dal comportamento dell’esecutivo. Anche Mirella è delusa, “non solo dai governi di centrodestra, ma<strong>anche da quelli di centrosinistra </strong>che hanno fatto poco sia per i sopravvissuti sia per chi chiede la verità”. Ma poi ci pensa un po’ e dice: “In fondo però, se ogni volta deve finire coi fischi, forse è meglio che non siano venuti”.</p>
<p>Il termometro segnala 33 gradi. Il sole batte sulle teste e forse scioglie anche qualche lacrima. Una signora di Bologna piange a dirotto mentre dal palco ricordano quei momenti: “Io ero in vacanza, in Sicilia. Seppi dell’accaduto a sera e provai a chiamare a Bologna per avere notizie. Ma i telefoni erano intasati. Furono ore di terrore”. “Signora, lei come si chiama?”, chiediamo. “Scriva così: <strong>una cittadina fiera di essere bolognese</strong>”.</div>
<div>da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2011</div>
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		<title>Minacciato giornalista Rosario Cauchi</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 14:35:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>unilibera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fare antimafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto casa la scritta: «Non va bene quello che scrivi, questo è l’ultimo avvertimento» Rosario Cauchi, giornalista free-lance di 28 anni, collaboratore di Libera Informazione è stato minacciato a seguito della sua attività di informazione e inchiesta. Il fatto è accaduto due sere fa, a Gela, quando il giovane giornalista ha trovato sotto la saracinesca [...]]]></description>
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<p>Sotto casa la scritta: «Non va bene quello che scrivi, questo è l’ultimo avvertimento»</p>
<p>Rosario Cauchi, giornalista free-lance di 28 anni, collaboratore di Libera Informazione è stato minacciato a seguito della sua attività di informazione e inchiesta. Il fatto è accaduto due sere fa, a Gela, quando il giovane giornalista ha trovato sotto la saracinesca del garage della propria abitazione due immagini di &#8220;santuzze&#8221;, di cui una bruciata e un bigliettino con su scritto: &#8220;Ti leggiamo e non va bene quello che scrivi, questo è l’ultimo avvertimento&#8221;.</p>
<p><span id="more-2373"></span></p>
<p>Il giornalista ha immediatamente denunciato ai Carabinieri di Gela l&#8217;accaduto. Cauchi collabora con diverse testate, Libera Informazione, ma anche &#8220;Siciliainformazioni&#8221;, &#8220;Siciliantagonista&#8221; e &#8220;Il Clandestino&#8221;. E&#8217; autore, insieme a Giorgio Ruta, di un libro sui volti del primo marzo, il primo sciopero dei migranti in Italia. In questi anni ha raccontato dalla provincia di Caltanissetta i cambiamenti in corso nella mafia nissena, i pentimenti di alcuni boss, le infiltrazioni delle cosche gelesi in altre regioni e anche le battaglie antimafia condotte nel territorio dalla società civile e istituzioni.</p>
<p>Sentito dai nostri colleghi de &#8220;Il Clandestino&#8221; Cauchi, ha dichiarato: “potrebbe essere una fesseria ma non vorrei sottovalutare l&#8217;accaduto”. Sono 132 i giornalisti minacciati dall&#8217;inizio del 2011. L&#8217;ultima a carico di un giornalista di Napoli, Giuseppe Bianco, corrispondente del quotidiano &#8220;Cronache di Napoli&#8221; che ha ricevuto a casa una busta contenente un proiettile di pistola.</p>
<p>da LiberaInformazione</p>
<p>il 30/07/2011</p>
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