L’obbligo di rivedere gli statuti degli atenei per adeguarli alla legge Gelmini ha scatenato il caos nelle università italiane. Il testo approvato dal Parlamento, infatti, è allo stesso tempo molto rigido nello scandire i tempi e molto generico nello stabilire le modalità di attuazione. In pratica, nessuno sa bene cosa dev’essere fatto, ma l’importante è farlo in fretta e cercare di compiacere la ministra.
Perfino le modalità di elezione della commissione che deve rivedere lo statuto cambiano tra ateneo e ateneo: elezioni a suffragio universale per tutti (Trieste) o almeno per la rappresentanza studentesca (Messina), consultazioni con il Consiglio degli Studenti (Padova), nomina dall’alto da parte del rettore (Napoli). Un caso a parte è Torino, dove il Senato degli studenti aveva designato democraticamente due rappresentanti ma il rettore si è rifiutato di nominarne uno, dato che sono entrambi oppositori della riforma. A Catania la presentazione da parte del rettore di liste bloccate a Senato e Cda ha generato la rivolta dei presidi, che minacciano un ricorso al Tar, mentre studenti, precari e ricercatori continuano la mobilitazione chiedendo un processo di partecipazione democratica.
Il tema della democrazia, del resto, è all’ordine del giorno ovunque: a Bologna gli studenti hanno bloccato più volte le riunioni degli organi collegiali per chiedere che il testo finale dello statuto emendato sia sottoposto a referendum, mentre a Macerata hanno fatto irruzione all’inaugurazione dell’anno accademico per sostenere la propria petizione. Ma l’aria che tira è di tutt’altro genere: altro che referendum, rischiano addirittura di saltare le normali elezioni dei rappresentanti degli studenti. Alcuni rettori, infatti, stanno interpretando in senso ultrarestrittivo il comma 9 dell’articolo 2 della legge Gelmini, che proroga il mandato degli organi collegiali in vista della revisione degli statuti.
È evidente che ciò non impedisce affatto di rinnovare le rappresentanze studentesche, tanto che alcuni rettori, come quelli di Firenze e Pisa, hanno già convocato le elezioni rispettando la scadenza naturale del mandato. A Torino e Padova, invece, si è formata una strana (ma non inedita) alleanza tra il baronato e le parti peggiori della rappresentanza studentesca, pronte a violare ogni logica democratica per evitare di perdere la poltrona.
Nel frattempo, continua la corsa alla federazione tra gli atenei: dopo l’unione tra Bari, Foggia, Lecce, Molise e Basilicata, ora tocca agli atenei campani. Il protocollo firmato dalla ministra Gelmini e il presidente Caldoro parla già, esplicitamente, di taglio dei corsi di laurea. Ma la parte sana dell’università non sta a guardare: LINK-Coordinamento Universitario, l’Associazione Dottorandi Italiani, il Coordinamento Precari dell’Università, la Rete 29 Aprile e il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati hanno elaborato insieme 10 punti, 10 proposte condivise da studenti, dottorandi, precari, ricercatori e professori associati, da portare in tutte le commissioni. La mobilitazione continua.
Rete della conoscenza
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